Accesso riservato

CARTACEO: Intervista a Nives P.

C00/00352/02/00/00005/000/0022
Intervista a Nives P.
Nives P. nasce a Valle d'Istria nel 1932. Il padre è impegnato al locale Consorzio Tabacchi, la madre è casalinga. Resta a Valle fino al 1946, quando nel mese di novembre decide di abbandonare l'Istria. Arrivata in Italia si ferma per qualche giorno da una parente abTrieste prima di raggiungere il padre impiegato in un'azienda di coltivazione del tabacco nella provincia di Verona dove, raggiunta dal resto della famiglia (madre e una sorella), vi resta fino al 1949, anno in cui si trasferisce a Torino. A Torino trova sistemazione alle Casermette di Borgo San Paolo e in seguito nel Villaggio di Santa Caterina, dove vive tutt'ora. E' stata intervistata il 12 maggio 2009. Intervista e trascrive Enrico Miletto.
1) Le chiedo subito un po' di dati anagrafici: quando e dove è nata?

R.:"Valle d'Istria, [il] 23 ottobre 1932".

2) Può parlarmi della sua famiglia di origine? Quanti eravate, cosa facevano i suoi genitori...

R.:"Allora, quando sono nata io, c'era già mia sorella che aveva compiuto due anni, e mio padre nel 1930 - ma forse '31- , si trasferì sempre lì a Valle, ma un po' fuori, che sarà stato un chilometro ma sembrava chissà dove, allo stabilimento che chiamavano Consorzio Tabacchi, per la coltivazione del tabacco. Perché era subentrato nell'Istria il fascismo, e lavoro... Insomma, tra tasse, dopo la guerra che dovevano pagare, e mio padre era già orfano di papà, che era morto subito dopo la guerra mondiale... Faceva il perito, mio nonno, agrario, e per lavorare, dopo essere stato operato di ulcera, andò a cavallo a fare una perizia, si aprì l'ulcera - il taglio - e morì. E lasciò cinque [figli] maschi e una [figlia] femmina, può capire... Allora, quando mio padre si sposò, subito rimase in casa con la madre, però appena si fece questo posto, che cercavano, andò lì. E lì lavoravano questo tabacco."

3) Perché a Valle c'era la lavorazione del tabacco?

R.:"[Valle] è [un] paese agricolo, però abbastanza ricco di campagne, soltanto che le fregature erano la siccità, a volte. Troppa siccità..."

4) Quindi lì a Valle, lavoravano il tabacco da dare poi alle Manifatture?

R.:"Alle manifatture, e poi nell'estate, quando iniziava a infilzare... Perché producevano tabacco di sigaretta, e pensi che mio padre non era neanche un fumatore, ma lo curava con una passione tale che mi faceva venire voglia anche a me, e poi mia madre alcune volte lo sgridava, [gli] diceva: ma non tenerla troppo! Perché mi faceva vedere le foglie, quelle di prima categoria e così...Difatti era sempre, quando il tabacco andava alle manifatture per fare le sigarette, era sempre pregiato questo tabacco coltivato a Valle, perchè lo spedivano a Venezia. "

5) Quindi sia a Pola, che a Rovigno, che a Venezia...

R.:"Si, anche a Venezia c'era una fabbrica abbastanza grande."

6) E suo padre lì a valle faceva il perito agrario?

R.:"No, diciamo che mio papà era un autodidatta, però molto appassionato all'agricoltura, e aveva fatto dei corsi, era abbonato a un giornale e aveva un direttore, un agrario. Era, come si dice, un consorzio, costituito da un agrario, da un notaio... C'erta, insomma, tutto uno strato di personaggi che diciamo, che per quel poco che ho vissuto a Valle, ho vissuto in un ambiente molto bello, tutto sommato. Anche se era scomodo andare a scuola - scomodo per modo di dire, che mio papà a volte ci portava con la bicicletta - però molte volte arrivava il camion a prendere ilo tabacco per portarlo a Rovigno, perché collaboravano con Rovigno, che a Rovigno c'era la Fabbrica Tabacchi, ma anche le Baracche. Le chiamavano le Baracche, che sarebbero stati dei capannoni dove seccavano il tabacco [proprio come a Valle]. E c'era un consorzio quasi simile a quello di Valle, se non più bello, ma anche quello di Valle era bello. Perché poi, mio papà, la sua mansione era impiegato agrario, come qualifica e categoria, però anche custode. E con tutto ciò, sette anni non glieli han pagati, perché non era proprio ancora obbligatorio. Cioè, la legge c'era, ma anche allora tassavano, nel senso buono! Però aveva diritto alla mutua, la mutua gliela pagavano. E difatti quando è venuto a Torino, ha dovuto subire questi sette anni. Lui ha fatto, come si dice, da testimone in pretura, perché bastava autocertificarsi che tu hai lavorato con qualche legge che avrà fatto l'INPS, e queste persone mandavano a vedere a Trieste, che lì c'era tutta la nostra INPS trasferita da Pola. Però mio padre per lui non è riuscito, non ha avuto il coraggio. L'ha fatto per tante di quelle che lavoravano con lui, per poterle usufruire della pensione minima, che allora bastavano quindici anni con delle leggi tipo la sociale. E mi ricordo una signora cui lui aveva fatto da testimone, ma parecchie lo avevano cercato. Comunque noi abbiam vissuto lì: io sono nata nel '32, mia sorella è nata lì nel '31, fino al '43. "E mia mamma, le dico, quando poteva a volte lavorava, ma poi dopo di me è nata Irene, l'altra mia sorella, e poi nel '42 ne è nata un'altra. E invece la Anna Maria è nata dopo."

7) E mi diceva che Valle era un paese agricolo...

R.."Agricolo, agricolo, però molta gente andava a lavorare a Rovigno, in Fabbrica Tabacchi, molti a Pola, molti in Arsia e molti, quando avevano lavori tipo muratore eccetera lavoravano a Valle, e se no poi andavano a lavorare nei vari villaggi, eccetera, eccetera."

8) E Valle era un paese grande, quanti abitanti aveva più o meno?

R.."Ma, mio papà mi diceva che con tutti i villaggi intorno contavamo sui 3.000, 3.500 [abitanti]. Si, circa 3.000"

9) Parlando ancora un attimo del lavoro di suo padre relativo alla coltivazione del tabacco, era svolto da tante donne?

R.:"Si, quasi tutte donne. Soltanto quando preparavano i vivai, in primavera, commissionavano degli uomini a giornata, a ore. Si usava così. E trovava sempre, perché erano persone che faceva anche comodo in quanto si, lavoravano la loro campagna, ma non avendone tanta trovavano del tempo per andare a fare giornate da altre parti. E' solo che questo consorzio era costituito purtroppo...Cioè, hanno costituito questo consorzio, queste persone competenti, però si basavano tutto sui soci, avevano formato una specie di cooperativa, e una volta che erano entrati nella società, erano quasi obbligati a piantare questo tabacco, che glielo forniva, le piantine, il consorzio e poi mio padre preparava questi vivai. Seminavano come l'insalata, e poi mettevano i telai di vetro sopra, poi li scoperchiavano, e tante volte mi ricordo mio padre che mi prendeva per mano [e mi diceva]: vieni ad aiutarmi a pulire l'erba che si fa, perché diceva che l'erba mangia la pianta. E poi una volta che queste piantine arrivavano grandi, questi soci venivano a prendersele in base a quanto avevano stipulato. Che una volta si usava dire le giornate, più che ettari: non so, due giornate di tabacco, [si diceva] metterò due giornate di tabacco, e poi se lo piantavano. E poi quando era pronto lo spelavano, e lo portavano con le cassette a Valle a seccare. Questo era d'estate, perchè poi c'era tutta una lavorazione... Poi in autunno cominciava il lavoro d'inverno: dopo secco il tabacco, bisognava toglierlo dai telai, e inumidirlo: avevano un umiditoio con la terra, una terra speciale per terra, una terra argillosa, e con una caldaia col fuoco. Che accendevano col fuoco, perché la luce non c'era: si usava il carburo o il petrolio se capitava che era buio di notte. E accendevano questa caldaia per inumidire queste sfilze di tabacco, che appendevano con dei rampini, come fossero state delle pannocchie, e buttavano quest'acqua calda che si inumidisce, perché specialmente quando tirava la bora il tabacco si sarebbe rotto. E poi andava sopra, da sotto. Dal magazzino sotto andavano al magazzino sopra, portavano sopra queste [foglie] e c'era la spianatura. Che c'erano quelle che lo spianavano sul ginocchio: si mettevano i grembiuli, e poi con dei dischi, dei dischi di un legno speciale, un belò legno, proprio, questi dischi con sopra un coperchio per schiacciare, e diventavano come una piramide, come un cerchio. E dopo di quello andava alla cernita, alla selezione, e dopo la selezione all'imballaggio. E quando avevano l'imballaggio lo mettevano in un magazzino, che allora lì all'imballaggio, dopo la spianatura eccetera, non c'era più il pericolo che si rompesse, perché oramai era spianato, e secondo il tempo è logico, ma bastava che mettessero...E poi la Fabbrica Tabacchi avrà avuto i suoi laboratori... E veniva spedito, ma non subito, in genere da un anno all'altro, e mi ricordo quando venivano col camion a portare via [il tabacco].E allora in quel momento lì, quando veniva questo tabacco verde dalle campagne, che lo portavano per l'infilzatura, subentrava la Finanza, e dormivano anche là: facevano un distaccamento di sei o sette, avevano una casa apposta per la Finanza, mentre d'inverno no. Ne veniva uno ogni giorno, ma mattino e sera, andava a casa: a volte venivano con dei mezzi, che il consorzio dava a disposizione un camion, quello delle Baracche di Rovigno, e li portavano su e giù. E così siamo andati avanti fino al '43."

10) Dal punto di vista della popolazione, Valle com'era italiana?

R.:"Si, molto, molto, era proprio italiana, si. Penso che origini un po' con la Repubblica Veneta, c'era un po' di tutto, ma lo si nota nelle case intorno alla chiesa, intorno al castello che risale al Mille o forse prima ancora. Perché Valle ha influenza molto veneziana, anche come costruzioni, c'è persino il leone."

11) La componente italiana, dunque, era proprio a Valle...

R.:"Si, si."

12) E quella croata dove stava?

R.:"Eh, Carmedo, Moncalvo, nei paesi fuori."

13) E posso chiederle com'erano i rapporti tra queste due componenti?

R.:"Mah, a casa mia erano buoni. Non ho ricordi brutti. Perché mia nonna, che abitava molto vicino al castello, si chiamava piazza Nova, lì venivano sempre a posare le biciclette, quando venivano alla messa, e a mia nonna dicevano: signora Camilla, tetta Camilla, posso lasciare la bicicletta? Si fio, lassa pure! Perché aveva un finestrino che apriva da vicino il focolaio, che si poteva vedere nell'entrata. Eh, insomma, c'era un buonissimo rapporto. E naturalmente questo rapporto non poteva essere [buono] per tutti, quando venivano derubati, perché le campagne in pratica erano molto lontane dal paese, ed erano ben tenute le campagne, e producevano di tutto, e molte volte succedeva che rubavano, rubavano tanta roba. Ma penso che se non ci fossero stati loro, sarebbero stati gli altri! Secondo me non è quello il razzismo. Secondo me, dal mio punto di vista, il razzismo è subentrato dopo, soprattutto dopo l'8 settembre, per questa guerra che c'è stata. Perché, la convivenza loro, quelli che erano nati lì provenienti chissà da quanti millenni anche loro, loro si sentivano a casa loro. Io feci un viaggio coi miei figli a Dubrovnik nel 1972, forse, non ricordo di preciso, ma mi ricordo gli autisti... Io mi ricordo gli autisti del pullman, che io a tutti i costi volevo tornare in treno, che mi dissero: no, lei deve venire con noi, con questi due bei bambini, mentre io volevo tornare in piroscafo per vedermi la costa dalmata. Macché, i miei figli, avranno avuto sei sette anni, e mi dissero ma no mamma, andiamo col pullman che ci mette davanti! E tutta la strada non hanno fatto altro che sfogarsi con me questi due ragazzi [autisti]: eh, maledetta la guerra, che noi stavamo bene prima... Che loro parlavano slavo, per dire...Cioè, io, dopo questa apertura di confine, che abbiamo potuto andare sì col passaporto ma più elastica la cosa, specialmente dopo la morte di Tito, io sentivo delle persone che han fatto altro che la lotta partigiana, eccetera, eccetera! E che aveva fatto questo signore anche il militare quando comandava l'Italia, e addirittura è arrivato a dire [che] andava molto meglio se rimaneva l'Italia. Cioè, per me una buona parte non solo delle origini slave istriane, ma anche una buona parte del territorio - son nazioni piccole, in fondo erano come le regioni d'Italia, sono dei fazzoletti di terra- e poi una volta non c'era neanche questa apertura... Adesso sembra che ci sia più apertura, ma tutto sommato, e vediamo anche i nostri politici, i rancori che ci sono... E' un'apertura di fatto ma non di constatazione: le persone la mentalità non l'hanno ancora cambiata da aprirsi al mondo. E noi, tutto sommato... Se io penso a mia madre quando nella prima guerra mondiale andarono in Austria [come] profughi... Chi andò in Austria, chi andò in Ungheria, chi in Cecoslovacchia... Io avevo una zia che abitava al portone vicino a casa mia, che aveva diciassette anni ma che parlava il cecoslovacco e che se lo ricordava ancora a novant'anni. E lei aveva un bellissimo ricordo di quei momenti , perché ricordava le cose che aveva imparato benché fosse stata profuga. Mia madre invece no, perché essendo profuga in Austria, si sentiva dire maledetti taliaski, poi quando è venuta qua maledetti slavi! E, insomma, a un certo momento con questa non apertura... Ma in fondo l'Italia vede com'è, non siamo integrati ancora tra regioni..."

14) E secondo lei, la politica realizzata dal fascismo in Istria, ovvero l'italianizzazione forzata dei territori con tutta una serie di provvedimenti, ha inciso sul rapporto tra la componente italiana e quella croata? So, ad esempio, che c'era un termine dialettale ben preciso, s'ciavo, per definire l'altra parte...

R.:"Questo nella mia famiglia non mi è stato insegnato...Forse, non lo so, anche perché si era in un laboratorio, e mio papà cercava al massimo l'educazione. So che a scuola avevo una ragazza [compagna di classe] che si chiamava Rosetta - una bambina non ragazza, cosa dico!- e mi ricordo come adesso che lei faceva la scuola italiana, e non mi ha dato mai nessun fastidio sta bambina. Era talmente educata, talmente...Ma anche lei doveva parlare italiano, ma non si sentiva screditata, perché lei la sua lingua, a casa sua, la parlava. E mi ricordo un momento della guerra che c'è stato, che erano venute a Valle tante persone sfollate dalla città, e credo ci fosse anche questa bambina, che poi dormiva dalle suore. E non ho molta conoscenza...Ho solo conoscenza di quel periodo scolastico, che la maestra un giorno dice: da domani non facciamo più la merenda, che a Valle si usava dire la merenda e anche al mattino si usa dire la merenda più che colazione, si dice facciamo merenda. E mi ricordo che la maestra ha detto: non si può fare, perché non tutti hanno la merenda. E mi ricordo che io mi rivolsi a un'altra amica che, insomma, non è che fossimo ricchi, però il pane non ci mancava, perché lo producevamo. [Infatti] anche se mio papà faceva questo lavoro, la campagna l'aveva, quel poco che aveva divisa in tanti fratelli, la coltivava, e se non riusciva lui nel tempo libero che aveva, trovava degli amici che gliela lavorassero. E allora il pane non ci mancava, nemmeno l'olio, non ci mancava niente a dire il vero. E allora io dissi a sta bambina: tu la porti per un'altra persona, che non poteva, e io la porto per Rosetta. [Lei mi disse]: si, si, si. E allora poi andiamo dalla maestra e le diciamo che noi ci impegniamo, e lei ci dice: va bene, allora si può fare. Però per non fare vedere chi era [che non poteva permettersi la merenda] noi cercavamo di arrivare e di andare subito alla cattedra della maestra e lasciare il nostro pacchettino per la colazione."

15) Mi ha parlato prima della guerra. Posso chiederle qual è il primo ricordo che le viene in mente della guerra?

R.:"Uh, quando andavo in chiesa a pregare! Era appena scoppiata, e facemmo la riverenza non so quante volte! E' stato terribile! A parte che prima che scoppiasse la guerra, io ero stata ricoverata a Rovigno, perché io, essendo un po' gracile...Vede, a quel tempo si vede che mancavano certe vitamine, e tutti i bambini avevano le ghiandole, e difatti una delle cose...Questo lo aveva constatato anche mio zio, un intellettuale toscano che era venuto proprio a fare scuola a Valle subito dopo il fascismo, e aveva sposato la sorella di mia madre. E allora quando c'è stata Italia 61 [a Torino] lui era ospite a casa mia, e siamo andati a visitarla e mi ricordo che quando che arrivammo dove c'erano le opera che ha fatto Mussolini, c'erano anche due case, e le ho detto: è stata una grande opera, perché anche io mi hanno curato di ghiandole polmonari ed è stata la mia salvezza [La testimone si riferisce a due case di epoca fascista ubicate in corso Polonia. n.d.r.]. E come me tantissimi bambini. E allora già avevo sentito della guerra, perché mi sembra che la Germania attaccò nel '39, e io mi trovavo ancora a Rovigno. Io son stata a Rovigno diciotto mesi, ho perso l'anno scolastico, perché erano venute le sanzioni, non si poteva più parlare tedesco, e lì facevano le scuole. Era come a Torino che aveva la colonia permanente a Loano, lì era come una specie di colonia permanente, però gestita dall'ospedale, che comprendeva tutte le malattie, era un buon centro. E per cui io fui penalizzata che la scuola era chiusa, così ho perso l'anno. Il tedesco invece lo imparai abbastanza, perché se non altro ci facevano giocare in palestra con le bambine che venivano dall'Austria, perché quella proprietà era austriaca. Era di chi aveva fondato questo ospizio marino, lo chiamavano San Pellagio. E lì, oltre ad essere stata curata, io abbi anche una buona educazione, perché si faceva teatro, si facevano tante cose. Io era già grandicella, ho perso l'anno scolastico e ho conosciuto già la guerra lì perché c'era questa penalizzazione, e c'erano le aule vuote, cioè c'erano le aule ma non si andava a fare scuola. Solo nella ginnastica, si faceva ginnastica insieme, che mi ricordo ancora le canzoni eins, zwei, drei!"

16) E della guerra cos'altro ricorda? Non so, ad esempio i bombardamenti...

R.:"Eh beh, si sentivano, però a Pola, ma a Valle passavano gli aerei. E poi mi ricordo quando ci fecero le istruzioni per come mettere le maschere anti gas. Però, se lei parla con mia cugina, lei non si ricorda niente. Invece io me la vedo, me la vedo ancora quella scena. Vedo i cartelli lì nel corridoio, come quelli dell'anti infortunistica che si mettono adesso nelle fabbriche, e lì c'erano tutti questi tabelloni, dei bei cartoni anche belli colorati. Che dicevano come ci si doveva [comportare in caso di bombardamento] e che dicevano anche di buttarsi al suolo con il viso possibilmente [coperto]: se trovai qualche buca nei prati, di mettersi magari dove c'è la buca, in maniera che magari tu puoi respirare."

17) Prima lei mi diceva che avevate cibo. Le chiedo ora relativamente alla guerra e al cibo una cosa. Io so che c'era la borsa nera, lei cosa ricorda?

R.:"Eh si, me la ricordo."

18) E come funzionava?

R.:"Eh, come funzionava... C'era chi andava direttamente a vendere e c'era chi veniva a comprare dalla città. Noi a Valle, nella casa dove abitavo, siamo andati a finire nella casa che aveva ereditato questa zia che aveva sposato questo insegnante toscano, e aveva dato l'autorizzazione a mio padre, perché c'erano diversi inquilini: c'erano due famiglie di carabinieri e il medico aveva anche l'alloggio, ma [i mobili] erano tutti accatastati perché era partito soldato e la moglie con i bambini si era trasferita a Pola o non so dove, perché poi è venuta a prendersi la roba quando è finita la guerra. E allora avevano fatto mettere a mio padre la roba del medico, tutta in una stanza sola, per poter affittare ad altre due famiglie che erano venute da Pola. E noi anche ci eravamo rimpiccioliti per dare la stanza a questa famiglia di Pola che venivano. E pensi che questa signora anziana, aveva preso paura nelle notti quando c'erano i rastrellamenti, che i partigiani attaccavano la caserma dei repubblichini, e aveva preso paura e dormiva come me al piano terra. E allora noi ci eravamo rimpiccoliti: io andavo a dormire da mia nonna, mia sorella studiava, faceva le medie a Rovigno, e gli altri due nella stanza con mio padre e mia madre per poter dare questa stanza dove dormivamo noi bambine a questa signora anziana con una figlia. Perché due lavoravano a Pola, avevano degli impieghi abbastanza prestigiosi. C'era anche un bambino, che aveva un anno meno di me, lui è del '33 io del '32, e pensi solo che [con lui] ci siam trovati dopo sessantadue anni al 30 di novembre del 2008 al pranzo per San Tommaso per la festa dei polesani. E mi ricordo che mio padre ha avuto una riconoscenza, che poi dopo mi hanno ospitato dopo la guerra più di un mese a casa loro, a Pola, per farmi andare dal dentista,m che c'erano delle code mostruose, e per non farmi andare avanti e indietro con la corriera. [Dissero]: no, no, Nives sarà ospite da noi, e son stata ospite da loro. E mio padre, guardi, ha distribuito cibo a tutti, e legna, per scaldare. E pensi che mia nonna aveva anche lei gente in casa sfollata, che andavano e venivano, [tanto] che mia madre diceva: eh, mia madre [la mia nonna] apre l'albergo al mattino! E poi lasciava aperto, così tutti potevano andarsi a scaldare: lei accendeva il fuoco poi lei veniva da noi se mia mamma doveva fare delle commissioni o a Pola o a Rovigno, e così la nonna distribuiva per tutti. E il più delle volte veniva da noi e mia mamma le faceva: mamma - perché le dava ancora del voi - avete preso il caffelatte? Si fia, si. E invece mia nonna sa cosa faceva? Quello che avrebbe dovuto prendere lei, lo metteva dentro una bottiglia e poi mi diceva: corri, portaglielo a quella poveretta che ha dormito a casa mia, perché era un filino [era magra], ed era Argentina. Era venuta con la donna di servizio che era andata a lavorare a Buenos Aires, a Valle. Era venuta assieme alla donna di servizio, che però non tornava più perché soffriva di esaurimento, e Valle si era ambientata, le piaceva. Poi scoppiò la guerra, e dove abitava non la volevano più e allora si è rifugiata da mia nonna."

19) Le chiedo ancora una cosa riguardo alla guerra. Sulla scena ci sono due attori principali: i tedeschi e i partigiani, croati e non. Lei che ricordi ha in proposito?

R.:"Io ho dei ricordi che...Che ti facevano vibrare! Ho dei ricordi che...Mio papà ci mandava a queste baracche del tabacco, perché nel '43 non c'è stata scuola, chiusa. Perché la scuola era stata occupata dai repubblichini, perché nella caserma c'erano i carabinieri, che esistevano ancora o no? Non più nel '43, ma mi sembra di si, perché poi son stati ripristinati e per cui [i repubblichini] si son rifugiati nella caserma. E per cui quell'anno non c'era scuola e allora mio papà cosa faceva? Ci mandava noi bambine a giocare, perché poi lui andava a farsi qualche lavoro in campagna, perché lo stipendio oramai non ce lo aveva più. E andavamo il più delle volte a custodire questi capannoni e poi giocavamo. E poi arrivava mio padre a controllarci, e anche a dire: adesso potete andare a casa perché ci sono io. [E mi ricordo che] era un pomeriggio, né sul tardo né sul presto, metti che possano essere state le quattro del pomeriggio e a un certo momento mio papà arriva - che lui aveva molta fiducia di me, perché mi considerava molto seria e molto matura - e allora mi dice: Nives, vado a fare una cosa. Sorveglia e se vedi arrivare qualcuno dammi un urlo. Aveva fatto un giro, e aveva trovato delle armi, che probabilmente i partigiani erano passati, per i combattimenti che succedevano di notte, e aveva trovato delle armi ed era andato a nasconderle. E cosa succede? Succede che arrivano quattro o cinque tedeschi, che vanno direttamente al laboratorio, che noi lo chiamavamo il magazzino che si entrava da sotto e che poi c'era una scaletta che poi si andava anche sopra. E allora chiamano me, e io gli dico: qui laboratorio, tabacco...E mi dicono: dov'è il papà? E io grido: papà, papà vieni che ci sono i soldati! E intanto loro si volevano avviare dove io chiamavo, e gli dicevo adesso arriva, adesso arriva, [e intanto chiamavo] papà, papà! E papà ha capito ed è venuto subito, e allora è poi dovuto andare a far vedere i registri, e io sempre indietro a mio padre. E le mie amichette [avevano] un po' più di paura, ma io [stavo] sempre indietro a mio padre, perché volevo starle vicino e vedevo che gli faceva vedere che adesso non si lavorava più, che dopo l'8 settembre era tutto chiuso. E però avevano osservato che era tutto intatto, e se ne sono andati."

20) E meno male!

R.:"Eh si, perché avessero trovato quelle armi, guai! Io trovo che c'è stata tanta... Questo forse non viene detto da chi ha una visuale poco chiara, ma non poco chiara, cioè che non vede un pochino oltre. Quando si fa collaborare, nel bene e nel male... Ma per me, fin da piccola, collaborare per il bene... Non so, essere democratici, vedere il nemico, cercare di vederlo sempre come persona umana e come fa un ragazzo giovane a diventare così. Le guerre... Mio marito, che si è fatto anche la Germania, mi ha lasciato questo [insegnamento]. Perché lei deve sapere che io ho conosciuto un di Valle a Torino, nel '52!"

21) Lei ha visto l'ingresso dei titini a Valle? Se lo ricorda?

R.:"Si, eccome!"

22) Riesce a raccontarmelo?

R.:"A parte che sono arrivati dopo qualche giorno, io non mi ricordo quanti giorni dopo, non mi ricordo. Io me li vedo, un pomeriggio. C'era un gruppo di persone, e mi ricordo molto bene un bellissimo ragazzo che parlava italiano, che probabilmente era partigiano di quelli che erano andati con Pino B., che abbiamo anche cantato lì nella piazzetta dove abitavo io - che la chiamano la mussa e poi avevano messo le via tutte via Roma dopo il fascismo - Bella Ciao e poi [abbiamo cantato] anche Il partigian del bosco. Che ricordo che c'era una zia abbastanza bigotta, che per lei quella canzone era - detta con parole di oggi - un po' pornografica! [Diceva]: uh, non se disen ste robe! Però l'abbiamo cantata molto ingenuamente. Però se penso agli altri, all'altro gruppo [di partigiani]! Questo ragazzo qui mi ha fatto risplendere la liberazione, esprimendosi in italiano eccetera. Però quando vidi al calar del sole quelli che erano musulmani...Mangiavano in una maniera! Io andai a prendere delle posate, ma non le han volute: mangiavano non so se con le mani, non ricordo di preciso, ma gli ho portato i cucchiai e non li han voluti. E poi al calar del sole c'era una specie di portico, e al calar del sole si sono avvicinati a questo portico e sono andati a farsi le preghiere. E allora noi eravamo un po' sbalorditi. E questo quadro non mi è andato via quello del ragazzo che sono venuti a liberarci, però poi, piano piano, son venuti a mettere il comando proprio nella casa in cui eravamo noi. Perché le due famiglie di carabinieri sono andati subito via, si saranno rifugiati a Pola, non lo so, e allora l'ultimo piano era rimasto vuoto. E il comandante... Difatti, io ho sempre la visione di questo bel ragazzo giovane, e poi [quella] di quando arriva il comandante, che non parlava italiano. [Era] tutto ben vestito con una bella divisa e diceva: ah, io voglio [quel] posto lì, così posso fare...E lì li abbiamo avuti per alcuni giorni come comando, come presidio, e poi se ne sono andati, piano, piano. Comunque per un po' di giorni, avere queste persone...Per fortuna che c'erano più entrate: da dietro, di fianco. Loro avevano la loro entrata però, insomma, è stato un impatto forte, molto crudo. Noi aspettavamo gli inglesi, e tutti i gironi si andava alla strada romana da dove dovevano arrivare, e quando son passati non si son fermati, e siamo rimasti molto delusi. Ci hanno buttato qualche cioccolata così e sono andati a Pola. Eh, per noi la liberazione è stata dura!"

23) Parliamo ora delle foibe. Vorrei sapere se voi eravate a conoscenza dell'uso che ne veniva fatto... Cioè, quando e come avete saputo delle foibe? Perché ad esempio io so che a Valle ci sono stati degli infoibamenti, primo su tutti un esponente della famiglia B., proprietario del castello...

R.:"Ah si, il dottor B.. Lui faceva parte del Consorzio. E pensare che c'è gente che si è salvata da quella prigione. Era con lui e glielo hanno persin detto: dottore, venga via. Questo è successo però nel '43, che io mi ricordo un certo R., quando la moglie lo ha riconosciuto, mi ricordo lo strazio di questa vedova. Che quella estrazione... Ecco, noi la prima estrazione delle foibe [che abbiamo visto] è stata nel '43, e non so se fosse già inizio del '44. Cioè non so in quale mese, non ho documentazione. So che la moglie lo ha riconosciuto, e dopo hanno fatto sepoltura, credo. [R.] era di Valle, lui gestiva il suo negozio di commestibili. E anche B., poi. E mi ricordo il funerale di B., che ho partecipato al funerale che era anche del consorzio, Era una bravissima persona che, specialmente lui, ha sempre dato mezzadria [la terra da coltivare] , aveva i fattori. No, ci sono state delle cose... Vede, io l'altro giorno ho sfogliato un libro0 su Valle, scritto da un istriano, e sul libro c'era scritto che a Valle, dal punto di vista strategico, non c'è n'era nessuno da infoibare. Secondo me non era nessuno da nessuna parte, però detto da loro lì, da uno che magari aveva fatto anche la lotta partigiana..."

24) Ma quindi, secondo lei, questi episodi sono in larga parte dovuti a vendette personali?

R.:"A vendette, a vendette! Secondo me [si]. [Una] cosa che ho notato venendo a Torino, è che le vendette esistevano dappertutto. Soltanto che lì, essendo andati in mano ad altra gente, sono state commissionate. Magari qualche stesso paesano può aver detto rancori, perché chissà. Non lo so, molte persone per impadronirsi della ricchezza che non c'era, perché L'Europa era povera, non c'era sviluppo, se andavano ad emigrare in America!"

25) Ecco, ma quindi voi sapevate dell'esistenza di queste foibe...

R.:"Dell'esistenza delle foibe lo sapevamo, ci dicevano sempre di stare attenti a non [caderci] , ma che infoibassero no. Io l'ho saputo nel '43, quando trovarono [dei cadaveri]. Perché i tedeschi avevano pubblicato per tutto il paese questi manifesti con le foto di quelli che avevano estratto dalle foibe perché la gente andasse a riconoscere i propri [cari]. E questo successe nel '43. E poi credo anche prima, quando non trovavano [la] gente. Non lo so, non lo so. Io so che era dopo il '43, dopo il '43. Io sono del '32, e avevo undici anni."

26) Parliamo ora dell'esodo. Lei quando parte?

R.:"Eh, anche qua! Le dico che ogni famiglia ha la sua storia, e anche nella famiglia ogni familiare ha la sua storia. E niente, cosa succede? Che nel '45, c'è stata la liberazione e dopo un po' di tempo, mio papà ha sempre tenuto custodia di questo stabilimento, con le chiavi, che andava a controllare ogni giorno che non ci fossero stati dei saccheggi. E difatti mio padre possedeva persino un documento scritto [di] quando consegnò il laboratorio, cioè questo distaccamento che c'era per la coltivazione del tabacco. E poi succede che all'inizio del '46 il suo direttore, l'agrario, che era direttore compartimentale, va a Verona, si trasferisce a Verona, anche se non era ancora definita la storia dell'Istria, no? Si sperava al plebiscito, a una cosa mediatica, so che cantavano: gridiamo tutti in coro, gridiamo all'infinito plebiscito, plebiscito! E invece questo plebiscito non arrivava, e allora questo direttore va a Verona come direttore. Scrive a mio padre che c'è lavoro, se vuole andare, e questo era nel '46, [a] maggio del 1946. E mio padre aveva appena fatto la polmonite, perché si era buttato a lavorare come un pazzo per mantenere la famiglia: era appena andato a tagliare del fieno, aveva preso una sudata e [si ammalò], sebbene avesse portato con lui delle persone che lo aiutassero. Ebbene, mio padre fa la polmonite, era ancora reduce da questo, e [il direttore] le dice di partire. E allora lui va a Verona, convalescente, e si ferma, in attesa di tornare. Intanto dice a mia mamma: tu tira avanti qual poco che abbiamo in campagna, io lavorerò e vi manderò qualche soldo. E va a Verona. Però mio papà si sente molto solo, c'era il problema di noi [figli] coin la scuola e con tante cose, che io ero già stata tartassata per prima. E allora venne che mia sorella, avendo già iniziato le magistrali a Pola, mio padre decide, a un certo momento, di fare arrivare mia sorella per iniziare l'anno scolastico. Allora mia mamma porta la sorella maggiore e intanto va a trovare mio padre, [mentre] mia sorella si iscrive [ a scuola] a Verona. Ha fatto un anno, a Verona, andando in bicicletta [ a scuola] un pezzo... Però poi a un certo momento cosa succede? Eh, qui dovrei chiedere a mia sorella, ma forse non ha tanta importanza...Perché poi mia sorella andò a finire in Toscana da mia zia...Cioè non so se mio papà ha chiamato prima lei o me..."

27) Comunque lei va a Verona...

R.:"Io vado a Verona all'inizio del mese di novembre: parto nel'46 alla fine di ottobre - avevo appena compiuto quattordici anni - e andiamo. Partiamo con mia mamma, che nella mia valigia prima di partire, sono andata al cimitero - avendo capito che non tornavo più - e mi son presa una scatoletta di magnesia, me la son riempita di terra e di un po' di acqua di mare e mi son portata dietro le mie cose, salutando il cimitero. E poi dove si aspettavano le corriere, che non c'erano, arriva un camion degli inglesi che faceva tipo corriera, faceva la spola, e si parte e si va via. E mi ricordo la partenza che fu molto dolorosa, perché tutte le mie amiche, specialmente una che ero molto affezionata, piangevamo. E mia nonna, che usavano il faudal, che in istriano si diceva traversa, se lo mette agli occhi [e mi dice]: che dio ti accompagni, io devo rimanere qui perché devo aspettare i tuoi zii, ma mi raccomando stai molto attenta girando il mondo, perché il mondo è cattivo. Difenditi dai dottori della legge! I dottori della legge sono i medici, i preti e gli avvocati. Difenditi e non bisticciare mai con loro, e cerca di imparare le cose giuste. E con quello son partita e sono andata a Pola. E la sera abbiamo preso la nave viaggiando di notte, che non era ancora [la Toscana]. Cioè era la Toscana che faceva la spola tra Trieste e Pola, però non dormii io a Pola."

28) Lei quindi parte prima del grande esodo...

R.:"Prima del grande esodo, e ci fermammo una notte a Trieste, dal fratello di mia mamma a Villa Opicina e poi di lì, il giorno dopo, prendemmo il treno ed andammo a Verona, che impieghiamo un giorno e una notte, perché le ferrovie erano disastrate. E non le dico che viaggio, coi vagoni senza vetri, che in un certo momento siamo scesi prima della stazione e poi mia madre con in testa le valigie e io con quello che potevo portare con i miei quattordici anni...Abbiamo fatto non so quanti chilometri a piedi e poi, finalmente, siamo arrivati al mattino a Isola della Scala, Arrivammo a Isola della scala e in carrozza con Pippi - era venuto [a prenderci] un signore che si chiamava Pippi a prenderci con la carrozza scoperta e due cavalli - [andammo] dove lavorava mio padre. Che lì coltivavano il tabacco, ma facevano il tabacco da pipa. E allora andammo poi a questo Pontepossero di Sorgà, che era nel comune di Sorgà, tra Mantova e Verona, a venti chilometri tra Mantova e Verona. E lì mia mamma si fermò qualche giorno e poi ritorno a casa".

29) Lei dunque non ha vissuto quello che è stato il grande esodo, di cui non ha ricordi diretti, perché, mi sembra, parte prima.

R.:"Eh si."

30) Quindi lei non ha visto Valle svuotarsi. Nel senso che, presumo, quando è andata via lei Valle era una città normale, che forse aspettava la partenza...

R.:"E beh, quello che dice lei capitò a mia madre, che la controllavano... Perché mia madre viene subito, a febbraio o marzo del '47."

31) E cosa le ha raccontato sua madre?

R.:"E beh, io mi ricordo che quando c'è stato il Trattato di pace, nel '46, mi ricordo, perché era sera... Mi ricordo che il padrone [a Pontepossero] aveva dato a mio padre, per non farlo spendere, nella trattoria dove inizialmente mangiava e dormiva, gli aveva dato in questa casa che sembrava un castello - molto bella ma molto scomoda, perché non avevamo neanche i servizi, bisognava uscire - una stanza e avevamo il letto e sotto il focolaio. Insomma, era la stanza di quello che aggiustava le cose dei cavalli, del sellaio, e ci siamo adattati lì, che io benché fossi bambina avevo messo abbastanza ordine. Però siamo andati subito sotto il portico del padrone, e il padrone era abbastanza gentile, con quattro figli maschi e due femmine. E aveva molto simpatizzato con me il padrone, perché mi vedeva più giovane dei suoi figli, e mi ricordo come adesso che tutte le sera ci chiamava [in casa] da lui, perchè così stavamo al caldo, e poi ci offriva ogni ben di dio. E quando veniva anche il direttore per le perizie e cose del genere, faceva un pranzo e noi andavamo al pranzo: mio padre pranzava con loro, invece io pranzavo coi figli, che venivano anche le donne di servizio a fare da mangiare. E io le dico la verità che non è stato tanto male, anche se era duro essere senza la mamma e le sorelle, per i disagi che può avere una ragazzina. A un certo momento avviene il trattato di pace, e mi ricordo come adesso quella sera che il padrone, leggendo il giornale, dice: oramai io domani avrò un'altra famiglia che verrà a tribolare, perché l'Istria oramai [è persa]. E lui l'Istria la conosceva bene, perché andava sempre a caccia: era un signorotto, e questo a me non è piacesse molto. Quando mi diceva: Nives, vai a prenderti dell'uva, vai a prenderti della frutta, che a ottobre c'era ancora dell'uva... E un giorno mi è scappato di dire: ma io ce l'ho a casa mia! E questo mi faceva male, perché purtroppo a casa mia, dopo il trattato di pace non si poteva più andare. E difatti mio padre dovette optare a Udine."

32) Mentre sua mamma invece vi ha raggiunti dopo il trattato di pace...

R.:"Si."

33) E del viaggio sua madre le ha raccontato qualcosa?

R.:"Oh, una tragedia! Perché han preso la nave, e poi al silos di Trieste... E c'era anche la nonna, la mamma di mio padre, con la zia - la sorella di mio nonno - che non si era mai sposata. E invece mia cugina no, perché era già diplomata ed aveva trovato lavoro a Venezia."

34) Quindi sua mamma è partita da Pola col Toscana...

R.:"Si, e l'avrebbero mandata in qualche campo profughi, ma mio padre guai a parlargli di campi profughi! Perché [lui] si ricordava quelli della guerra mondiale, e per carità le sue figlie in un campo profughi!? Però non aveva neanche casa dove ospitarci, e difatti dovemmo dormire qualche giorno nella trattoria: mio padre, mia madre e noi bambine in quella stanza dove dormivo io con mio padre. E allora, finalmente, si fece un alloggio vuoto, però era da pulire. Insomma, non le dico, non le dico."

35) Lei quindi nei campi profughi non ci è mai stata...

R.:"Eh...La sequenza continua!"

36) Ah, ecco. Finiamo allora soltanto il discorso sull'esodo. Vorrei chiederle cosa c'è, secondo lei alla base delle partenze. Cioè, cosa spinge così tante persone a partire?

R.:"Eh beh, alla base delle partenze era sollecitato. Soprattutto anche per la lingua, perché tu ti trovavi straniera a casa tua. E' questo, io dico, il dilemma, e anche mio padre lo diceva: avere mantenuto questa italianità, senza verifiche. Né ideologiche né [di altra natura, a me sembra un po' una cosa di cocciutaggine. Perché, prima di tutto, la lingua italiana bene non la si conosceva, perché si parlava il dialetto, però le scuole si facevano. Mia mamma. [ad esempio], conosce le poesie meglio di mio figlio che le ha fatte a Torino e anche quel poco che ho fatto io a Torino. Però mio padre diceva sempre: non abbiamo imparato né il tedesco né l'italiano, di modo che quando siamo andati in Austria niente, chi è andato in Ungheria la lingua slava non la conosceva, ma mio padre non ha potuto imparare neanche la lingua tedesca, perché [gli dicevano] maledetti taliaski che avevano fatto la guerra. E dovevano andare a scuola italiana. Insomma, un pasticcio! Che molta gente non lo sa neanche raccontare perché non ci pensano, mentre io queste riflessioni invece le facevo, anche quando c'era la mia amica Rosetta che lei la sua lingua slava la conosceva. E io dall'invasione dell'Austria l'avrei anche imparata, ma che poi scoppiò la guerra e non me la fecero imparare."

37) Perciò secondo lei la gente va via perché, di colpo, era messa di fronte a un mondo nuovo...

R.:"Eh no, non solo un mondo nuovo, ma un mondo diciamo che...Non è che abbiano messo a capo le persone...Perché io mi ricordo quando mio madre andò a consegnare le chiavi dello stabilimento, erano venute delle autorità slovene, che chiesero a mia madre dove era andato mio padre. Mia madre gli rispose - e quello lo ricordo - mio marito è andato a lavorare perché qui no si lavora più. [E le risposero]: ah, ma qui deve tornare com'era prima! Io penso che i principi non è che fossero sbagliati, dalle persone con consapevolezza , ma secondo me, quello che ha giocato molto sono stati gli estremismi. Hanno prevalso gli estremismi, i rancori, gli estremismi, e che non so da chi. Intanto, però, avevano carta bianca però, perché è vero che tu mi dici di stare qua, se la pressione è dall'altra parte, voi non comandate più, qui ci siamo noi."

38) Ora le ribalto la domanda: secondo lei, chi è rimasto, perché lo ha fatto? Cioè, per una scelta ideologica oppure anche per altri motivi?

R.:"No, molte persone lo han fatto perché... A mia madre ogni tanto le scappava: io tornassi indietro non mi muoverei mai più dalla mia casa così forzatamente, perché - diceva - a un certo momento c'è da tribolare lo stesso. Però non c'è stata mai educazione all'integralismo, prevalgono sempre le superiorità, le supremazie, non vede cosa sta avvenendo? Però diciamo che le persone più intellettuali, chiamale intellettuali ma con un'ideologia, [son rimaste]. Perché l'ideologia c'era ovunque, in tutto il mondo, e c'era anche quella marxista. Io penso, anche se poi son stati molto delusi, ma lo han fatto per convinzione: primo per non abbandonare la sua terra e poi anche per ideologia. Ma non si aspettavano che ci fossero poi tante tragedie: è stato molto duro! Che, secondo me, diciamo che ha pagato l'Istria per il fascismo di Roma. Il popolo italiano non era fascista, ma lo hanno fatto diventare, chi ha firmato la guerra. E allora, anche lì, hanno pagato gli italiani che si sentivano di non vivere più... Infatti, ti crolla un mondo: improvvisamente ti vedi che devi parlare un'altra lingua diversa dalla tua, e tutto quello che hai dentro come fai? Cioè, secondo me, al di là delle tragedie che possono aver subito nel periodo fascista, ma non sono stati gli italiani istriano...Non so se mi spiego... Non è stato B., che già nel '43 lo hanno infoibato. Ma lo hanno infoibato perché credevano di comandare loro dal loro palazzo! Non so, secondo me queste son tragedie senza precedenti, si può dire. Non si può dopo il crollo di qualsiasi dittatura ammazzare il popolo, non si può. Le fai almeno un processo!"

39) Lei sta a Verona fino a quando?

R.:"Dunque, dall'ottobre del '46 e rimango lì fino al '49."

40) Le chiedo ancora una cosa - che ho dimenticato prima - relativa alla Jugoslavia. Lei, me lo ha detto prima, ha affermato che lì era tutto difficile. Io credo si riferisse anche alla vita quotidiana, perché in base anche a quello che mi hanno detto altri testimoni, la situazione non sembrava rosea, tutt'altro. Anche dal punto di vista dei consumi, cioè, sembra che mancasse tutto...

R.:"Eh no che non c'era niente! Io, per fortune o per sfortuna, non abbiamo avuto tanto disagio perché, come dire, la cantina era piena delle cose che papà aveva lasciato: olio, grano, formaggio, perché uno zio che era rimasto a Trieste perché era stato liberato che era prigioniero dei russi, perché lui era andato a lavorare in Austria, a Lintz, e allora era stato prigioniero dei russi che lo hanno lasciato molto tardi, mi sembra nel '46, e allora non poteva più neanche tornare a casa, che mia nonna tanto lo aspettava, e dare a mezzadria il suo grande podere. E in cambio pascolavano le pecore e loro in cambio ci davano il formaggio e noi ce lo mangiavamo! E, per dire, non ci mancava ancora niente. E allora poi mia mamma, all'inizio del '47, subito venne via. Noi non siamo venuti nel '49, perciò no è che abbiamo sentito tanto. I disagi, però c'erano giàò quando c'ero io, perché dove che c'erano questi M. - che le ho detto che erano sfollati al piano terreno - la stanza al piano sopra ce l'avevano anche quella chiesta dopo che era andato via il comando, ci avevano chiesto dove che un tempo lo zio di mia mamma aveva la macelleria... Insomma ce lo avevano chiesto e avevano formato una cooperativa, e lì vendevano un po' di tutto, perché i negozi oramai erano chiusi, la gente se ne stava andando e non li mandava avanti nessuno e poi a Pola c'erano gli Alleati."

41) Ma mi è stato detto che da molti negozi mancava fisicamente la merce...

R.:"Eh si, perché poi non so come funzionava... Ciò sarà stato il cambio del soldo, io non lo so."

42) Ho capito, era solo una curiosità. Riprendiamo da dove ci eravamo fermati. Mi diceva che lei sta a Verona fino al 1949...

R.:"Si."

43) E dopo?

R.:"Dopo vado...Allora, siccome io con la scuola son sempre stata la più sfortunata, nel senso che arrivando a Verona che avevo già quattordici anni... Che io lavoravo a periodi già con mio papà, specialmente d'inverno, e poi andavo a imparare a cucire. Perché mia mamma diceva: eh, ma ancora un'altra scuola con la bicicletta, che la Nives poi è anche un pochino gracilina, meno robusta, è meglio che [non vada]. Però, per mio papà era sempre un cruccio, questo. Fin quando cosa succede? Succede che a Verona abbiamo vissuto in provincia, anche noi dove eravamo, ed abbiamo vissuto dei momenti terribili perché anche lì, nel dopoguerra, c'era tanta povertà. Poi questi signorotti, che a me...Difatti me ne accorgevo che c'era per certe cose un avanzamento di ambiente sociale, e per altre cose c'era una retrogratezza che da noi non si usava. Da noi ad esempio non si usava dire i braccianti, si diceva chiamo un mio amico in giornata, mi viene ad aiutare. Perché essendo stati dominati per lungo tempo dall'Austria, l'Austria aveva tutto il suo sistema. Lì non esistevano i braccianti, esistevano le mezzadrie: i ricchi davano la terra a chi la voleva, purchè l'avessero tenuta bene. E per cui [a Verona] finì che questi braccianti si son cominciati a ribellare con questi signorotti, che specialmente dove abitavano noi era di un'arroganza! Le dico, intelligente e tutto, con noi aveva anche un po' di garbo, però con l'altra gente, era una cosa! E io soffrivo da matti, e soffrivano anche i figli. Fin quando dichiararono, nel '49, uno sciopero - o nel '48 o nel '49 - e so che nel '49 non si lavorò più in quel paese di Pontepossero. E mio padre dovette cercarsi un altro lavoro, andare in un altro posto. Allora però, prima di iniziare, mia mamma andò a lavorare a Padova, dove c'era un mio zio fattore che lavorava sotto un conte, e lì c'era già un altro modo: questo conte conosceva bene l'Istria, quando mi sposai a Torino andai in viaggio di nozze a Venezia e poi andai anche vicino Abano, in un paese cha si chiama Montecchia di Selvaggiano e non le dico [questo conte]. Diede le chiavi del parco della Villa - sa quelle ville venete - dicendo: quando arrivano gli sposi dategli le chiavi, che vadano a visitarla, fu gentile. Però mio padre trovò lavoro lì vicino, a una ventina di chilometri, in un altro paese. E allora sistemò noi. E allora tramite sempre questo direttore, che si chiamava B., io andai per un sei mesi a Venezia, presso un altro conte di Parendo, che anche lui era un agronomo e lavorava alla SNIA Viscosa. Lavorava presso la SNIA Viscosa, e mi raccontò anche la storia di Tor Viscosa, che poi venne qui..Che a Venaria ci sono tanti veneti, perché andarono a Tor Viscosa, dove piantavano il cotone a dire: se voi venite a Torino, facciamo il cotone sintetico, eccetera. Insomma, spachemo tutto e 'ndemo a Torino! E così nacque la SNIA Viscosa, che si chiama Viscosa dal nome Tor Viscosa. E così io stetti lì un sei mesi, e [per] tre mesi diedi una mano alla moglie di questo conte - che il suo papà era napoletano e la mamma, forse, veneziana- che gestiva a Venezia i collegi dove c'erano tante profughe. E allora io ho dato una mano a questa figlia, che era più o meno della mia età, giovanissima, che aveva avuto un bambino e, provvisoriamente, in attesa che mettessero su casa, stavo con questa giovane mamma e io stavo in albergo al Lido, ed è stato bellissimo! Però io poi il più delle volte a dormire, quando veniva il marito, andavo a dormire a casa della suocera. E le dico, proprio, che mi son fatta tre mesi di Venezia, stupendi a casa della suocera, e poi [erano] istriani anche loro."

44) E a Torino quando arriva?

R.:"E poi, in seguito, andai ad Asiago tre mesi dalle suore, che anche lì ho fatto la vigilatrice delle bambine in vacanza, e dopodiché torno a Verona. [Intanto] mia mamma era venuta a Torino, mio papà era venuto a Torino, ma non avevano combinato niente, perché volevano a un certo momento trovare [un lavoro], perché vedevano che lì a Verona non c'era [lavoro]. E allora mia madre [e mio padre] decisero di mandarmi a Torino presso una mia zia, nel mese di maggio. Era il 13 o il 14 maggio. Con la mia valigia, mio padre mi accompagna a Verona alla stazione, io mi prendo il mio treno e arrivo a Torino nel primo pomeriggio - ero partita abbastanza presto da Verona - e prendo il pullman, che lo chiamavano l'1 e faceva tipo corriera, dalla stazione di Porta Nuova direttamente alle Casermette. E io mi vedo quella Torino tutta fiorita, a Porta Nuova, e mi sono ambientata subito. E mia cugina mi fa: ma tu sei già arrivata? Sei già arrivata, mi dice...E io le dico: eh si, ho trovato subito [la strada]. E subito ho poi cercato lavoro. Non ho potuto entrare alla Ceat perché non avevo [ancora] compiuto diciotto anni, e stavo presso questa mia zia, una sorella di mio papà, una P. anche lei. E niente, mi sono subito iscritta dove dovevo iscrivermi, all'anagrafe, e ho fatto tutto quello che dovevo fare, che non è stato semplice, ne ho fatte di passeggiate! E poi a cercarmi il lavoro, ma sempre accompagnata da mia zia nel borgo San Paolo, quasi tutto a piedi a chiedere lavoro, e poi mi mandarono anche all'ufficio di collocamento, e all'ufficio di collocamento mi avevano dato anche la richiesta in mano per andare alla Ceat, e mi hanno detto: ma lei non può andare! Che dopo un po' anche il direttore dell'ufficio di collocamento ha sgridato persino l'impiegato e gli ha detto: questa qui non può, non ha ancora compiuto diciotto anni, e non potrà neanche lavorare se non ha un tutore. Allora ho incominciato a dire: eh, ma come faccio, mio zio non poteva farmi da tutore perché aveva paura che io portassi via il punteggio per le sue figlie. E allora, pensi con i miei diciassette anni ebbi l'idea di chiedere al mio prozio di acquisto di mia mamma, che aveva sposato la sorella di mia nonna se mi facesse da tutore. Però [lui] era influenzato dalle persone che gli stavano vicino, [che gli dicevano]ma no, poi ti porteranno via il punteggio e non ti daranno [più] il sussidio, perché loro erano senza pensione - era il 1950, questo - e loro erano venuti via nel 1949. E gli ho detto: no, non vi porteranno via niente, è solo che voi dovete garantire che io non vado a lavorare per sfruttamento, ma perché sono io che voglio andare a lavorare, perché allora c'era l'apprendistato. E insomma, la prima maggiore età [era] diciotto [anni]. E allora mi hanno detto che devo andare dal giudice tutelare. Vado dal giudice tutelare, e il segretario mi dice che devo presentare la domanda: allora vai a comprare il foglio protocollo e io, con quel poco che sapevo mi sforzo a chiedere, perché volevo lavorare, e quando vado dal segretario del giudice tutelare con la domanda lui mi dice: chi le ha insegnato? Ho fatto tutto da sola: ha preso questa domandina, si rivolge al giudice tutelare e le fa: guarda, diciassette anni e ha fatto tutto da sola! E difatti quando parlano del Ferrante Aporti, io vedo il mio maggio 1950 con i miei diciassette anni!"

45) E lei quindi è riuscita ad andare a lavorare?

R.:"Poi sono andata a lavorare, che ho trovato in una fabbrichetta, un'industria chimica, a [borgo] San Paolo, e questo era il mese di giugno. Poi ad agosto sono tornata a Verona in ferie da mia mamma e mio papà. Poi, intanto, mio zio fece domanda per l'alloggio, e nel 1951 prese l'alloggio in via Nizza nelle case della INA Casas Fiat. E a ottobre del 1950 io decisi di iscrivermi alla scuola commerciale delle domenicane. Pensi cosa non c'era a Torino già allora! E io sentivo il desiderio di questa scuola, perché sentivo di essere scarsa anche solo con la quinta elementare, che l'avevo anche fatta male. Poi cosa succede? Succede che dopo pochi mesi che io andavo a scuola, mi sono conosciuta con mio marito, il che diventa difficile, [perché] lui poi aveva l'intenzione di sposarsi anche presto. Perché aveva nove anni più di me, aveva già subito di leva, lo avevano mandato in Albania a combattere e poi [era] stato in Germania prigioniero, e allora poi mi ricordo che mio papà, quando scrissi che mi ero fidanzata - che abitavo sempre da mia zia - mi ha scritto una lettera dicendomi che ero annegata nel primo bicchiere d'acqua che avevo trovato! Potevo andare a scuola, come dire! E invece poi a questo punto i miei genitori decisero di venire anche loro a Torino, perché si trattava che mia zia andavano nella casa, nell'alloggio al Lingotto. E così cosa faccio? Io con loro non voglio andare, mio marito mi aveva detto di aver fatto domanda e mi dice: credo che il prossimo anno ce la daranno anche a noi la casa, e noi ci sposiamo e andiamo nella casa, e intanto tu fai venire i tuoi genitori, visto che tu hai già l'ospitalità. Perché poi c'era stato il problema... Cioè, come col lavoro, c'era stato anche il problema dell'ospitalità: dato che mio zio andavano via, allora il direttore del campo profughi - dove io ero soltanto agli effetti umanitari , perché avevo perso i diritti perché mio papà non aveva accettato - allora io feci da apripista anche a mio papà e a mia mamma e alle mie sorelle che poi vennero alle Casermette."

46) Posso chiederle che ricordo ha delle Casermette?

R.:"Ma, io me lo ricordo bene. C'era molto rispetto, molta educazione, anche nel parlar forte. Poi l'igiene, la pulizia, il rispetto per noi ragazze, i giovani, questi prati ben tenuti, gli anziani che facevano le pulizie per le pattumiere così prendevano qualche soldino dalla prefettura, che mi sembra [che il campo] fosse gestito dalla prefettura, allora, tipo quello che chiamano adesso i servizi sociali. C'erano le docce per la parte degli uomini e delle donne, e poi i servizi: ogni due o tre famiglie si aveva un gabinetto con la chiave che lo usavi, e c'erano anche i lavatoi. Come i militari, no! Però poi c'era anche con questi mobili, diviso, mentre la parte centrale era proprio con la chiave, fatta, come si usa dire, con del perlinato. E poi, è logico, dove la famiglia era grossa avevano tutto il camerine, se no, dove c'erano due famiglie mettevano gli armadi che facevano da divisore [tra una famiglia e l'altra]. So che poi quando venne mia madre, nel 1952, che aveva preso poi mia madre il posto di mia zia. E io invece ero rimasta nel mio angolino, che avevo come una specie di stanzetta."

47) E alle Casermette ricevevate dell'assistenza?

R.:"No, no, niente! I sussidi li prendevi fin quando non lavoravi, poi io avevo cominciato a lavorare e avevo perso tutto. Io le dico, son venuta con quei due soldini che mi aveva dato la mamma per partire e poi mi son trovata lavoro. Poi, quando ho trovato lavoro, mio padre mi ha spedito la bicicletta che così andavo a lavorare in bicicletta: andavo dalle Casermette in via Graglia, che era lì a Santa Rita in questa fabbrichetta, che poi l'anno trasferita in via Monginevro all'angolo con corso Mote Cucco e adesso ci hanno fatto un grande palazzo."

48) Alcuni testimoni intervistati prima di lei, mi hanno raccontato che all'interno del campo c'erano dei servizi...

R.:"Ah, c'era tutto! C'era la scuola, c'era l'infermeria... Perché poi non le ho detto che io sono arrivata a maggio, e mia sorella, quella maestra, è venuta su a fine anno, ottobre o novembre del '51. E così mia sorella stava nel pezzettino che stavo io, perché poi, oltretutto, lei a Torino ha trovato anche da lavorare come maestra. Aveva trovato da lavorare presso le colonie permanenti di Loano, che anche lì tutti i bambini figli di militari che erano gracili andavano lì, e le maestre dovevano stare lì permanenti."

49) Parliamo ora dell'accoglienza che avete ricevuto. Molti dei testimoni da me intervistati mi hanno spiegato che è stato un inserimento tutt'altro che facile, dal momento che si sono trovati al centro di episodi discriminatori. E' successo anche a lei?

R.:"Si, l'ho provato, però ho anche capito che c'è tanta confusione. Mi è capitato, anche sul lavoro. Dai titolari no, devo dire la verità: erano piemontesi, uno proveniva da Torre Pellice, era valdese, aveva tre figli. E poi quando mi son sposata mi hanno fatto il regalo e mi hanno aumentato lo stipendio, che ero arrivata a prendere più di mio marito che lavorava alla Fiat. Si prendeva sulle 30-35.000 Lire, che lavorare tutti e due sembrava di essere in una botte di ferro, avevamo fatto le rate per comprarci i mobili. Però c'erano anche quelli che ti tartassavano, così. Io ebbi anche non so se la fortuna o la sfortuna di sposarmi presto, e questo campo profughi era recepito da tutti come chissà che cosa succedesse [lì dentro]. E infatti io anche la moglie del padrone valdese e dei colleghi li ho fatti venire una volta a vedere dove abitavamo, eccetera, eccetera e loro erano rimasti a vedere [come stavamo]. E un mio collega le dice al padrone: eh, sei andato a curiosare! E un altro collega gli dice: si, sono andato anche io a vedere, perché in fondo ero curioso, anche perché anche io vivo in una stanza, con moglie e figlio. Perché Torino, anche loro vivevano nella stragrande maggioranza di sinistrati vivevano in ristrettezza, perché non c'erano case, non c'erano. E [infatti] alle Casermette - non so se glielo hanno detto - c'era il campo dei sinistrati, che erano i torinesi che poi di torinesi ce n'erano sempre pochi, perché c'erano tanti meridionali o veneti già venuti o emigrati a Torino, e dall'altra parte c'erano i giuliani e dalmati con i tunisini e i greci, rimpatriati come li chiamano. Ed era tutto così, però era bellissimo. Forse anche perché eravamo giovani: andavamo a lavorare, sabato in genere si lavorava fino a mezzogiorno, e si andava a fra la doccia. Noi ragazze si faceva un po' di cultura, nel senso che io che ero anche dell'Azione Cattolica ho imparato tante cose e poi c'erano anche le partite di calcio della Fiumana e della Julia che si andavano a vedere. Io, addirittura, mi ero iscritta anche a tennis, non le dico altro, al dopolavoro della Lancia. Solo che mia zia, alle volte mi diceva: eh, ma vuoi fare troppe robe!"

50) Mi sembra di capire che, nonostante il disagio, fosse una vita che lei oggi ricorda con piacere...

R.:"Io nel disagio mi sono divertita. E difatti c'era un amico di mio marito, quando mi sono fidanzata, che gli ha detto: eh, certo, solo tu potevi prenderti la meglio del campo profughi! Come dire, mi davo da fare, e trascinavo anche [gli altri]. A scuola avevo trascinato non la cugina che era della mia classe, ma la più giovane, che era del '34, e lei se l'è finito l'anno, perché non si è fidanzata. Ma [questo] per dire, Anche perché poi io a scuola sono andata anche dopo vedova. E tutto, quindi, cominciò così."
12/05/2009;


Accessibile presente in archivio
Archivio Istoreto


dattiloscritto carta





Buono
CD 1

Relazioni con altri documenti e biografie

accoglienza dei profughi istriani fiumani dalmati a Torino ; assistenza ai profughi istriani fiumani dalmati ; bombardamenti durante la seconda guerra mondiale ; borsa nera durante la seconda guerra mondiale in Istria ; campi profughi ; canzoni partigiane ; coltura del tabacco a Valle d'Istria ; condizioni di vita in Jugoslavia nel primo dopoguerra ; cooperativizzazione nella Jugoslavia del primo dopoguerra ; distribuzione della popolazione a Valle d'Istria ; economia vallese ; edilizia popolare per profughi istriani fiumani dalmati a Torino ; educazione nella scuola fascista ; esodo da Pola ; esodo istriano fiumano dalmata ; esodo istriano fiumano dalmata a Torino ; foibe ; ingresso a Valle d'Istria dei partigiani titini ; inserimento lavorativo dei profughi istriani fiumani dalmati a Torino ; inserimento lavorativo dei profughi istriani fiumani dalmati nella provincia di Verona ; italiani rimasti in Istria ; lavoro femminile nella coltura del tabacco a Valle d'Istria ; mantenimento del posto di lavoro ai dipendenti del Monopolio di Stato esodati in Italia ; militari tedeschi ; motonave Toscana ; partigiani titini ; processo essicativo del tabacco ; profughi istriani fiumani dalmati ; rapporti tra popolazione italiana e popolazione slava nella Venezia Giulia ; rastrellamenti e perquisizioni di militari tedeschi e soldati repubblichini in Istria ; riabilitazione di bambini ammalati durante il periodo fascista ; rifugio antiaereo ; sanatori fascisti in Istria ; sfollamento durante la seconda guerra mondiale in Istria ; socialità nei campi profughi ; sostituzione degli italaini nei luoghi di lavoro con personale giunto dalla Jugoslavia ; squadra di calcio Fiumana ; squadra di calcio Julia ; trattato di Parigi 10 febbraio 1947 ; vita nei campi profughi
Asiago, VI ; Austria ; Carmedo [Krmed], Croazia ; case Fiat, via Nizza, Lingotto, TO ; casermette di Borgo San Paolo, via Veglia, Torino, TO ; Cecoslovacchia ; centro smistamento profughi, Udine, UD ; complessi edilizi di Italia 61, corso Polonia, Torino, TO ; Lingotto, Torino, TO ; Loano, SV ; Moncalvo [Golas], Croazia ; ospizio Marino San Pellagio, Rovigno [Rovinji], Croazia ; Pola [Pula], Croazia ; Pontepossero, VR ; Ragusa [Dubrovnik], Croazia ; stazione Porta Nuova, piazza Carlo Felice, Torino, TO ; Torviscosa, UD ; Ungheria ; Venezia, VE ; Verona, VR ; Villa Opicina, TS
Broz, Josip, Tito ; Budicin, Pino ; Mussolini, Benito, duce
Az. Ceat di Torino ; Az. Consorzio Tabacchi di Valle d'Istria ; Az. Fiat ; Az. Manifattura Tabacchi di Rovigno ; Az. Manifattura Tabacchi di Venezia ; Az. Snia Viscosa di Venaria ; Azione Cattolica di Torino ; Dopolavoro Lancia di Torino ; Fiumana Calcio di Torino ; GdF, Guardia di Finanza ; Inps, Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ; Julia Calcio di Torino
Esodo in Piemonte, 2010


Miletto Enrico 01/09/2009
Pischedda Carlo 02/11/2009
visualizza

Visualizza i contributi lasciati su questo documento

Come citare questa fonte. Intervista a Nives P.  in Archivio Istoreto, fondo Miletto Enrico [IT-C00-FD13554]
Ultimo aggiornamento: mercoledì 30/1/2019